Mi avvicinai.
«Beatrice, Roberto ha una dissezione dell’aorta ascendente. È una condizione gravissima. Dobbiamo operare adesso.»
Le mani le tremavano.
«Sei tu… che lo operi?»
«Sì.»
«Non c’è qualcun altro?»
La domanda fece male più di quanto volessi ammettere. Non per il dubbio professionale: in casi simili, i familiari fanno domande irrazionali, si aggrappano a qualsiasi possibilità. Mi ferì perché arrivava dalla stessa voce che dodici ore prima aveva deciso il mio valore davanti a trentasette persone.
Ma Roberto non era il suo orgoglio. Roberto era un paziente.
«C’è un’équipe completa», dissi. «Ma la responsabilità dell’intervento è mia.»
Alessandro le prese il gomito.
«Mamma, basta. Fidati di lei.»
Beatrice guardò suo figlio, poi me.
«Quanto tempo abbiamo?»
«Poco.»
Le spiegai i rischi: emorragia, ictus, insufficienza d’organo, morte. Usai parole semplici, senza addolcire nulla. Lei firmò il consenso con una mano che non riusciva a tenere ferma.
Mentre mi voltavo verso la sala, mi chiamò.
«Marina.»
Mi fermai.
Sembrò sul punto di dire qualcosa di personale. Un’ammissione, forse. O una scusa. Poi guardò le porte automatiche.
«Salvalo.»
Non dissi che avrei fatto del mio meglio. Non dissi che ero il chirurgo migliore disponibile. Non dissi che avrebbe dovuto pensarci prima di giudicarmi.
Annuii soltanto.
«È quello che faremo.»
In sala operatoria il tempo cambiò consistenza.
Ci sono momenti in cui dieci secondi sembrano lunghi e altri in cui un’ora scompare. Con una dissezione di tipo A, ogni gesto deve avere un motivo. Quando aprii il torace e vidi l’aorta tesa, violacea, capii che la TAC non aveva esagerato nulla.
«Pressione?»
«In discesa.»
«Prepariamo bypass.»
Le voci si fecero brevi. Nessuno alzava il tono. Il rumore più forte era quello delle pompe e degli allarmi.
Per le prime due ore la situazione rimase controllabile. Poi arrivò il problema che temevamo: la lacerazione si estendeva più del previsto verso l’arco. Il dottor Neri mi guardò sopra la mascherina.
Non servivano frasi lunghe.
«Dobbiamo cambiare piano», dissi.
Uno degli specializzandi, Luca, irrigidì le spalle.
«Estensione dell’innesto?»
«Sì. E controllo cerebrale selettivo. Adesso.»
Fu quello il punto in cui l’intervento smise di essere una procedura difficile e diventò una corsa contro il tempo.
Fuori, Alessandro mi raccontò poi, sua madre camminava avanti e indietro davanti alla sala d’attesa. Non riusciva a sedersi. Ogni volta che si apriva una porta, alzava la testa.
A un certo punto arrivò Carla, la sorella che aveva riso per prima al ricettario. Portava ancora lo stesso cappotto color cammello del brunch e una borsa troppo elegante per un corridoio d’ospedale.
«Che cosa è successo?» chiese.
Beatrice le disse che Roberto era in sala.
«Con chi?»
Alessandro rispose prima che sua madre potesse farlo.
«Con Marina.»
Carla sbatté le palpebre.
«Marina? Ma…»
«È cardiochirurga», disse Alessandro. «Dirige l’unità che si occupa di questi interventi.»
Carla si sedette senza togliersi il cappotto.
Secondo Alessandro, rimase in silenzio quasi un minuto. Poi disse: «Io ieri ho riso.»
Lui non la consolò.
«Sì.»
Quella parola fece più effetto di una predica.
Intanto, in sala, avevamo superato il momento più instabile. L’innesto teneva. La perfusione cerebrale era adeguata. Il sanguinamento, lentamente, si stava riducendo.
Quando finalmente il cuore di Roberto riprese un ritmo efficace, nessuno esultò. In una sala operatoria vera non succede così. Ci guardammo, controllammo i parametri, ricontrollammo le suture e continuammo a lavorare.
Sette ore e venti minuti dopo, tolsi i guanti.
Avevo un segno rosso sul naso lasciato dalla mascherina e le gambe dure come legno. Mi lavai le mani più a lungo del necessario, fissando l’acqua che scorreva sul lavandino d’acciaio.
Solo allora mi ricordai del brunch.
Del ricettario.
Della frase sul mio posto.
Mi sembrava successo settimane prima.
Uscii.
Beatrice, Alessandro e Carla si alzarono insieme.
Guardai prima Alessandro. Mi bastò il suo viso per capire quanto avesse avuto paura.
«È vivo», dissi.
Lui lasciò uscire l’aria.
Beatrice portò una mano alla bocca.
«L’intervento è riuscito. Le prossime ore restano delicate. È in terapia intensiva, sedato. Dobbiamo monitorare cervello, reni e sanguinamento. Ma ha superato la parte peggiore.»
Beatrice si appoggiò allo schienale di una sedia.
«Grazie.»
La parola uscì quasi senza voce.
Carla mi guardava con gli occhi lucidi. «Marina, io… ieri…»
Alzai una mano.
«Non adesso.»
Non lo dissi per punirla. Ero troppo stanca perfino per essere arrabbiata. In quel momento non volevo trasformare il corridoio della terapia intensiva nel tribunale della nostra famiglia.
Andai da Alessandro. Lui mi abbracciò con attenzione, come se potessi rompermi.
«Hai operato mio padre dopo essere stata sveglia tutta la notte.»
«Non da sola.»
«Lo so.»
«Ricordalo anche quando racconterai questa storia.»
Lui fece un mezzo sorriso. «Sempre la stessa.»
«Per fortuna.»
Dormii quattro ore in una stanza di guardia. Quando tornai in terapia intensiva, Roberto era ancora sedato ma stabile. La TAC di controllo non mostrava danni neurologici evidenti. Le urine aumentavano. Il drenaggio diminuiva.
Il giorno dopo aprì gli occhi.
Alessandro era con lui. Io entrai per controllare i parametri. Roberto mi riconobbe quasi subito.
Non poteva parlare per il tubo. Sollevò appena una mano.
Mi avvicinai.
Lui indicò se stesso, poi me, con un’espressione interrogativa.
«Sì», dissi. «Ti ho operato io.»
Gli occhi si allargarono.
Poi, nonostante il tubo e la stanchezza, fece qualcosa che mi sorprese: cercò di ridere. Ne uscì solo un soffio.
Alessandro gli prese la mano.
«Papà, non sforzarti.»
Roberto indicò ancora me, poi mimò con due dita una piccola cucitura nell’aria.
«Sì», dissi. «Ho sistemato un po’ di cose.»
Quella volta sorrisi anch’io.
Beatrice mi aspettava fuori.
Aveva gli stessi pantaloni del giorno prima e nessun trucco. Sembrava più piccola.
«Possiamo parlare?»
«Tra dieci minuti devo rientrare in reparto.»
«Me ne bastano cinque.»
Andammo vicino a una finestra che dava su un cortile interno. Sotto, un addetto spingeva un carrello di biancheria. Nessuna musica, nessun lampadario, nessun pubblico.
Beatrice incrociò le mani.
«Perché non me l’hai detto?»
Eccola. Non era ancora una scusa. Era una difesa.
«Te l’ho detto.»
Scosse la testa. «No. Mi hai detto che lavoravi in cardiochirurgia.»
«Esatto.»