Alle undici meno un quarto uscimmo dal locale. La neve aveva lasciato sull’asfalto una crosta lucida, e l’aria sapeva di freddo e fumo di petardi lontani.
Lily saltò dentro ogni chiazza bianca che trovava sul marciapiede.
«Come tornate?» chiesi.
«Metro e poi tram.»
Guardai il cielo. «A quest’ora, con lei?»
Maya si fermò.
Mi resi conto di come era suonata la domanda.
«Scusa. Non volevo dire—»
«Lo so cosa volevi dire.» Il tono non era arrabbiato. Solo fermo. «Facciamo così tutte le settimane. Siamo brave.»
Lily alzò una mano. «Io sono bravissima.»
«Lei soprattutto.»
Avrei potuto chiamare un’auto in trenta secondi. Avrei potuto far arrivare il mio autista, un SUV caldo, due persone della sicurezza. Non lo feci.
«Buon anno, allora.»
Maya mi sorrise. «Buon anno, Solo Ethan.»
Lily mi abbracciò senza chiedere permesso, poi corse verso sua madre.
Io rimasi immobile per qualche secondo con il vecchio cappotto chiuso male sul petto.
Avevo appena passato tre ore con due persone che non sapevano chi fossi e mi sentivo più visto di quanto mi fossi sentito negli ultimi tre anni.
Pensavo che sarebbe finita lì.
Mi sbagliavo.
Dodici giorni dopo, alle cinque e cinquanta del mattino, entrai nella torre di Porta Nuova dove Mercer Dynamics occupava gran parte degli ultimi piani. Il consiglio d’amministrazione aveva convocato una riunione d’urgenza prima dell’apertura dei mercati. Avevo dormito poco, la cravatta era in tasca e tenevo in mano lo stesso cappotto antracite.
Passai i tornelli, poi sentii una voce alle mie spalle.
«Solo Ethan?»
Mi fermai.
Maya era dietro il banco della sicurezza, in uniforme blu scuro, capelli raccolti, una tessera magnetica agganciata alla cintura. Aveva in mano un registro cartaceo e mi guardava come se il pavimento si fosse spostato di qualche centimetro.
Sul banco, uno dei suoi colleghi era diventato improvvisamente rigido.
«Signor Mercer, buongiorno», disse.
Maya non distolse lo sguardo da me.
«Mercer.»
Non era una domanda.
«Sì.»
Il collega le lanciò un’occhiata incredula.
Dalla porta laterale comparve un uomo sui cinquanta, robusto, con la giacca della società di vigilanza aperta sul maglione. Lo conoscevo di vista: Stefano Riva, responsabile del turno notturno per l’appaltatore.
«Dottor Mercer.» Si precipitò verso di me. «Non sapevamo che sarebbe arrivato così presto. Se ci avessero avvisati—»
«Non serviva.»
Poi guardò Maya. Il suo viso cambiò.
«Voi due vi conoscete?»
Maya posò lentamente il registro sul banco.
«Abbiamo cenato insieme.»
Stefano la fissò.
Io vidi il momento preciso in cui una cosa normale diventò pericolosa per lei.
Fino a un secondo prima era una guardia alla fine del turno. Subito dopo era la guardia che conosceva il proprietario della società più importante del palazzo.
Gli occhi degli altri cambiarono.
Anche quelli di Stefano.
«Devo salire», dissi. «Maya, se vuoi, più tardi possiamo parlare.»
«Sì», rispose. «Direi proprio di sì.»
Non sorrise.
Alle sette e venti mi aspettava in una piccola sala riunioni al piano terra. Aveva finito il turno, ma non aveva tolto la divisa. Aveva il cappotto sulle ginocchia e le mani attorno a un bicchiere d’acqua.
Chiusi la porta.
«Mi dispiace.»
«Per cosa?»
«Per non averti detto chi ero.»
«Non mi interessa che tu sia ricco.»
La frase arrivò subito, secca.
«Mi interessa che tu abbia deciso per me quale parte della verità potevo sapere.»
Non risposi.
Aveva ragione.
«Volevo una sera normale.»
«Capisco.»
«Da anni, quando la gente sente il mio cognome, cambia.»
Maya abbassò lo sguardo sul bicchiere.
«E allora hai fatto in modo che fossi io quella senza tutte le informazioni.»
Quella frase mi fece più male di qualunque rimprovero.
«Sì.»
Lei mi studiò, forse aspettandosi una spiegazione più elegante.
Non ne avevo.
«Mi dispiace», ripetei. «Non ti ho mentito su tutto. Ma ho nascosto la parte che sapevo avrebbe cambiato la serata.»
«E adesso cambierà il lavoro.»
«Non deve.»
Maya rise senza allegria.
«È già cambiato.»
Aveva ragione anche su quello.
Lo scoprii prima di mezzogiorno.
Stefano aveva chiesto a Maya, con un tono apparentemente gentile, se poteva “mettere una buona parola” sul rinnovo del contratto della loro società di vigilanza. Un collega le aveva offerto il caffè per la prima volta in mesi. Un altro aveva smesso di parlarle del tutto, convinto che qualunque battuta potesse tornare a me.
Maya mi mandò un solo messaggio attraverso la reception interna.
Non sono un canale per arrivare a te. Assicurati che lo capiscano.
Chiamai il direttore della sicurezza aziendale.
«Nessuno deve usare il nome di Maya Collins in relazione al rinnovo del contratto.»
«Ricevuto.»
«E non voglio favori per lei.»
Ci fu una pausa.
«Neanche favori contro di lei.»
«Chiaro.»
Pensavo bastasse.
Non bastò.
Tre settimane dopo, una porta di servizio al piano interrato rimase aperta per diciassette minuti durante la notte. Non ci fu un furto, ma un addetto alle pulizie entrò in un’area tecnica senza autorizzazione. Il mattino seguente arrivò un rapporto disciplinare: mancato controllo del settore B, turno assegnato a Maya Collins.
Il nome mi saltò agli occhi in mezzo a trenta righe.
La prima reazione fu chiamarla.
Non lo feci.
Se fossi intervenuto direttamente, avrei dimostrato esattamente ciò che lei temeva: che la sua vita professionale, da quel momento, dipendesse dal fatto di conoscermi.
Chiesi invece una verifica standard su tutti gli incidenti di accesso degli ultimi sei mesi. Non sul suo turno. Su tutti.
Due giorni dopo, il responsabile interno mi portò un fascicolo.
«C’è una discrepanza.»
«Quale?»
«Il rapporto dell’appaltatore dice che Collins non ha completato il giro delle 02:00. I log dei badge mostrano che ha passato tutti i punti previsti.»
«La porta?»
«Era già stata segnalata come difettosa.»
«Da chi?»
Mi porse una copia di un registro cartaceo.
La calligrafia era inclinata, precisa.
Maya Collins.
Tre segnalazioni in nove giorni.
Porta B-17 non chiude correttamente.
Richiesto intervento manutenzione.
Ripetuta anomalia.
Sotto l’ultima nota compariva una sigla: S.R.
Stefano Riva.
Aveva visto le segnalazioni.
Eppure, nel rapporto disciplinare, non c’era una parola sul guasto.
«Chi ha compilato il rapporto contro Collins?» chiesi.
«Riva.»
Mi appoggiai allo schienale.